Circolo Pd Barack Obama

Circolo del Partito Democratico "Barack Obama"

raffaele castagno

Destra o sinistra, come si valuta il merito

Da Giavazzi su Corsera, continuo la mia personale campagna
"Se il quarto governo di Silvio Berlusconi verrà ricordato, dipenderà soprattutto da quanto riusciranno a fare due ministri: Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, e Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica. Entrambi hanno predecessori illustri — Giancarlo Lombardi e Letizia Moratti all’Istruzione, Sabino Cassese e Franco Bassanini alla Funzione pubblica— ma scuola e pubbliche amministrazioni rimangono i due più gravi problemi del nostro Paese (con l’eccezione forse dell’ordine pubblico).

In entrambi i casi si tratta di ministri alla loro prima esperienza. Da un lato questo è positivo: spesso l’efficacia dei ministri (e anche quella dei governi) peggiora alla seconda esperienza. Dall’altro l’inesperienza spesso rende i neoministri più dipendenti dai burocrati che reggono i dicasteri e che riescono a spegnere rapidamente il loro entusiasmo e a bloccare ogni innovazione: accadde sette anni fa a Letizia Moratti, proprio all’Istruzione; accadde ai ministri della Lega nel 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi. Se posso permettermi un consiglio ai due nuovi ministri, prima di affrontare la pila di documenti che troverete sulle vostre scrivanie, dedicate qualche ora alla lettura del libro di Roger Abravanel Meritocrazia (Garzanti), in particolare il capitolo 9, «Quattro proposte concrete per far sorgere il merito».

La prima è di istituire, come fece Tony Blair in Gran Bretagna, una delivery unit. L’aspetto nuovo di questa idea è lo spostamento dell’attenzione dall’analisi delle norme e delle procedure all’analisi dei risultati. Introdurre questo metodo in Italia significherebbe ribaltare il modo di lavorare e di pensare delle pubbliche amministrazioni, spesso più interessate alle procedure che ai risultati. Per esempio si tratterebbe di valutare la scuola sulla base dei risultati che gli studenti ottengono nei test Pisa (Programme for International Student Assessment) dell’Ocse.

In Gran Bretagna questo metodo ha dato esiti significativi soprattutto nella sanità. La delivery unit ha obbligato le varie unità sanitarie (ospedali, ambulatori, day-hospital) a pubblicare i loro dati: tempi medi di attesa, tasso di sopravvivenza dopo alcuni interventi standard, incidenti, emergenze… I cittadini hanno così potuto confrontare strutture sanitarie simili e chieder conto a quelle meno efficienti del perché i loro risultati fossero peggiori di quelli di altre.

Il successo dell’esperimento britannico è dovuto alla compresenza di due fattori: l’informazione e la possibilità dei cittadini di accedervi e poi di far sentire la propria voce. La delivery unit ha risolto il primo problema, l’accesso all’informazione. Ma questo servirebbe a poco se i cittadini non potessero «farsi sentire». Questa possibilità in Gran Bretagna deriva dal sistema elettorale uninominale, nel quale ogni circoscrizione è rappresentata da un solo deputato, e quindi l’elettore sa sempre chi è il suo rappresentante in Parlamento, sia che lo abbia votato sia che rappresenti un partito diverso dal suo. Sa quindi a chi rivolgersi quando vuole lamentarsi per i risultati relativamente insoddisfacenti di una pubblica amministrazione. (È un aspetto che mi ha sempre colpito anche negli Stati Uniti. La frase «Ora telefoniamo all’ufficio del senatore Kennedy e gli chiediamo di occuparsene » si sente spesso in Massachusetts, uno Stato da quarant’anni rappresentato in Senato da Ted Kennedy, che tutti nello Stato conoscono come il «nostro senatore»).

Cambiare il sistema elettorale, lo sappiamo, sarà complicato. Una delivery unit, invece, i ministri Gelmini e Brunetta potrebbero crearla in poche settimane. Non le dovrebbe essere affidato alcun compito legislativo, semplicemente chiedere che raccolga ed elabori in modo scientifico l’informazione. Per farlo, dovrà avere poteri forti ma limitati: semplicemente il potere di obbligare le amministrazioni (a cominciare dall’Istat) a pubblicare i dati, perché il fatto straordinario in Italia è che spesso i dati esistono, ma sono custoditi gelosamente in cassetti ben chiusi, caso mai qualche cittadino li volesse consultare. (Molte scuole ad esempio raccolgono — ma non rendono pubblici — dati sui loro alunni: quanto tempo hanno impiegato a trovare un lavoro, quanto guadagnano, in quanto tempo si sono laureati, dove e con che voti). Il professor Daniele Checchi ha mostrato come sia possibile elaborare su basi scientifiche classifiche delle scuole. Un esperimento simile è stato svolto dal professor Andrea Ichino per l’università Bocconi: egli ha elaborato una classifica delle scuole superiori della provincia di Milano che tiene conto del reddito delle famiglie (passo necessario per evitare che la classifica rifletta semplicemente differenze nel reddito) e dei risultati che gli allievi di queste scuole hanno conseguito in alcuni esami sostenuti presso l’università Bocconi.

Ho esposto solo la prima delle quattro proposte di Abravanel, ma immagino sia sufficientemente attraente da voler subito conoscere le altre. Quindi buona lettura: di tutto il libro, non solo del capitolo 9."

Tags: giavazzi, merito, pa, scuola

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Risposte a questa discussione

interessante articolo e interessantissima segnalazione di lettura: grazie, Rafe'!

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L'articolo di Giavazzi ha vari punti che possono essere condivisi. Per la scuola comunque gli ha risposto bene Giacomo Vaciago su "Il Sole 24 ore": il problema non è solo quello di rendere possibile agli utenti di scegliere,conoscendole, le scuole migliori ma si deve soprattutto fare in modo che tutta la scuola italiana, o quanto meno gran parte di essa, migliori decisamente il proprio livello qualitativo

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raffaele condivido appieno il tuo post e le metodologie ma perdonami se ti pongo 3 domande che mi coinvolgono attualmente e direttamente
come faccio a sopportare un sistema sanitario o USL locale che per referenziarsi ti fa firmare la presenza al servizio a cui accedi (in questo caso è un centro diurno di assistenza a persone con determinata patologia ed esso offre in maniera mediocre assistenza medica, l'assistenza domiciliare per il territorio usl competente e rimane aperto mediamente dalle 9.30 fino alle 16 sabato e festivi esclusi offrendo il pranzo e la colazione giornaliera) da riconoscergli che è l'unica struttura sanitaria pubblica in bologna e provincia e sta cercando di avviarsi anche ad altre attività ricreative e accompagnamento
come faccio a sopportare il gap che per mantenermi in terapia e controllato debbo migrare presso un'altra struttura sanitaria da bologna a modena [fortuna che è vicina] perché secondo un rappresentante della LILA dobbiamo attendere che il barone che governa il problema se ne va in pensione fra 2 anni e sono pronti i suoi delfini a sostituirlo anche se riconosciuti per bravi e capaci
3a e ultima perché debbo cambiare struttura se sono entrambe pubbliche o riconosciute tali perché non mi debbono garantire gli stessi standar o modi di terapie cure e prevenzione?

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Daniele hai fatto un esempio molto concreto e hai fatto molto bene. Come sempre, anche in questo caso, le questioni concrete sono sempre le più importanti e quelle più comprensibili.

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Credo che il problema che poni se ho decifrato bene il tuo post sia risolvibile solo se in Italia prenderà piede un diverso atteggiamento culturale(se no ho capito il senso del duo post ti chiedo scusa, ma io qui nel settore sono solo uno studioso e non un addetto ai lavori, ecco perché quanto meno cerco di divorare tutta la migliore letteratura in materia) e per prendere piede io credo che si debba iniziare dalla scuola a privilegiare il merito, concretamente nel quotidiano delle realtà scolastica, perché fino a quando la mentalità sarà quella che ottenere qualcosa biosgna conoscere qualcuno, e alla fine, a me dispiace dirlo, anche la mia generazione che non è proprio secolare, rientra in questa categoria, di strada se ne farà poca. Nel quotidiano dicevo: penso sempre a come la scuola sia il cuore dell'ingiustizia, dove alla fine chi studia tutto l'anno si ritrova ad essere sullo stesso livelo di chi studia un mese, dove magari chi affronta tutti i giorni le lezioni, si ritrova superato da quello che se ne è stato a caso il giorno prima per preparsi al meglio. Le proposte di Giavazzi sono interessanti, io personalmente le condivido, ma come lui stesso ha scritto, e come penso da tempo, se non ripartiamo dalla scuola, se non insegnamo a scuola la meritocrazia, a venti, ventidue anni diventa molto difficile applicarla.
Il sistema della valutazione non è quello di avere strutture di serie a e b, ma strutture che funzionino, e che rispondano del perchè non funzionino. In Italia per esempio abbiamo, e lo dico da meridionale, un forte gap tra nord e sud anche in materia sanitaria, e gap molto forti anche tra le stesse regioni del nord. In Liguria per esempio spendiamo più della Toscana, e la sanità è assai peggiore (!).
Ma come dicevo la svolta culturale va compiuta nelle scuole, perché è solo lì che si può spazzare via questo genere di mentalità perversa e incivile. Ma allora mi domando: è solo un caso che negli ultimi quindici anni, destra e sinistra, qui davvero bipartisan, hanno sistematicamente affossato il ns. sitema educativo ? E' non dovrebbe essere questo al centro dell'interesse della politica e delle istituzioni ? E forse anche delle famiglie, che spesso sembrano volere solo un pezzo di carta da mettere in cornice ? La mia risposta è quindi che nessuna riforma, anche imitando il miglior sistema, avrà successo se non sarà sostenuta da una adeguata cultura veramente meritocratica, in caso contrario il tutto rischia di restare lettera morta. Da parte mia non posso che continuare a studiare e a"bombardarvi" fino alla nausea con questi contriubuti, sperando di smuovere qualcosa.
Scusa se non posso scendere più nel dettaglio, ma non sono un tuttologo.

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raffaele non te la prendere ma nella premessa provocatoria delle domande che ti ponevo, sapevo altrettanto bene che non eri in grado di darmi tali risposte ma questo come ai fatto notare tu la meritocrazia va insegnata nelle scuole e tali metodologie secondo me vanno aggiunte sin dall'infanzia non dico dalle elementari ma a cominciare dalle medie e non bisogna essere solamente severi o rigorosi, ma capaci di dare un insegnamento al fanciullo/a certamente noi adulti o più grandi non avevamo play station o computer davanti o cd e hipod, al massimo qualche barattolo o lattina,una palettina e un secchiello, il meccano, i lego il monopoli, erano quasi roba da signorini, la televisione lo avuta davanti nel 1964-65 e a fine carosello a letto [ una cartolaia amica di famiglia per la prima elementare mi regalò un astuccio in pelle con ben 21 colori giotto-fila oltre che l' abbecedario e la cartella in pelle che mi portai fino alle medie, dopo vari interventi dei maestri calzolai per ricuciture e sostituzione delle fibbie, naturalmente tutto questo per la simpatia ed affetto e l' augurio di una buona riuscita scolastica] questo per dirti quanto valga una buona sana educazione ma non repressiva o negativa.
penso che non solo tu ci debba bombardare con questi contributi ma anche di altri studiosi o studenti oltre prenderne atto da parte dei politici e dirigenti ciao e grazie dell' attenzione

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PRIMA di cimentarsi e catapultarsi a valutare il merito di studenti ed alunni o di qualsiasi altro soggetto, credo che dobbiamo porci un'altra domanda:
Come si prepara una classe dirigente (insegnanti, "capi", dirigenti) a SAPER giudicare e valutare il merito dei propri studenti e collaboratori?

Proviamo a pensare ad uno studente che si vede giudicato da un insegnante incompetente, suscettibile alle simpatie/antipatie personali, ignorante sul piano della metodologia della valutazione delle capacità e dei risultati e quindi superficiale.
Se si tratta di uno studente con una rete familiare in grado di supportarlo potrà reagire "fregandosene" di quel giudizio e non avere contraccolpi seri per la sua carriera scolastica.
MA, se si tratta di uno alunno/studente più sensibile, quell'ingiusto giudizio, quella discriminazione, anzichè spronarlo, potranno avviarlo verso una sfiducia totale dell'impegno che non gli è riconosciuto. Si farà convinto, che sono altri i "valori vincenti" quali il servilismo o l'assecondamento ipocrita.

Questo esempio potete trasferirlo tranquillamente anche all'interno di una qualsiasi organizzazione del lavoro a partire, soprattutto, da quella della Pubblica Amministrazione.

Se sono affine al "politico" o a colui che comanda, potrò commettere errori, essere superficiale, magari anche assenteista, ma "lui" -il mio protettore- saprà al momento giusto farmi avanzare di carriera, riconoscermi gli incentivi economici, tenermi un passo avanti dei miei colleghi. Perché?
Perchè LUI ha fatto una valutazione del mio merito: e più merito di appartenere alla stessa lobby o cordata o casta, cosa c'è, oggi in Italia?

Quindi non è così semplice!
Guai a partire con una affrettata circolare di Brunetta o Gelmini che dica di punto in bianco ai dirigenti: fate le pagelle.
Ci aveva provato Giovanni Berlinguer, anni fa con una proposta ben più seria, ponderata, misurata, graduale, con la quale (gli insegnanti se lo ricorderanno...) tentava di introdurre una riqualificazione del corpo docente attraverso una formazione che avrebbe portato anche ad una valutazione di merito del loro operato. Ma non ci riuscì ancora una volta per miopia dei sindacati ed anche purtroppo della sinistra.

Davvero, se non si scioglie la questione della valutazione degli insegnanti, mi sembra abbastanza demagogico andare a parlare di valutazioni di massa tra alunni delle elementari e licei. Soprattutto nella scuola primaria e media inferiore, dove una valutazione del merito, applicata in modo artigianale, può diventare in mano ad insegnanti sprovveduti uno strumento di selezione e di emarginazione.
Quindi con effetti totalmente contrari a quanto prospettato da alcuni interventi che mi hanno preceduto.
Qualcuno, nella foga, si è già precipitato a dire che occorra introdurre strumenti come l'indagine OCSE PISA in ogni scuola e farne derivare il metro di valutazione dell'insegnante, sulla base di una concezione imprenditorial-massimalista che dà VALORE solo al prodotto/risultato, che nello specifico sarebbe il buon esito ai test di competenza dei propri studenti.

Ma come si può osservare dal rapporto dell'Emilia Romagna, siamo di fronte ad una scuola italiana non equa, dove risorse e competenze sono malamente distribuite ed utilizzate. Una scuola non equa non può avere, tanto per cominciare, gli stessi strumenti di valutazione di insegnanti e studenti.
Una scuola vera deve preparare ad essere membri di una società civile e moderna, non può e non deve privilegiare solo competenze linguistiche e scientifiche, ma deve esaltare, ora più che mai, percorsi di crescita umana, di solidarietà e di tolleranza.

E per questo non ci sono test.
C'è l'impegno di migliaia di insegnanti e di impiegati, che nonostante l'oscuro e mal pagato lavoro, operano giornalmente credendo ancora nei valori di rispetto e dignità della persona, sia esso giovane studente o sconosciuto cittadino.

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E' vero che una "certa" cultura della sinistra italiana ha osteggiato la riforma Berlinguer che voleva introdurre davvero una cultura della valutazione. Io ho condiviso la proposta Berlinguer, ma questo l'ho GIA' detto sopra, forse ti è sfuggito!
Quello che non condivido è il pressapochismo di chi parla di valutazione e di merito, che in realtà nasconde spesso desiderio di sommarie selezioni, effettuate da qualche autorità, prive di qualsiasi serio riscontro sui risultati raggiunti.

Io comando, quindi io decido e giudico e premio ... con i soldi dello Stato.

Questa è cultura berlusconiana, dove il risultato è inteso come il raggiungimento dell'obiettivo del committente, sempre e comunque.
E il committente non è il padrone della fabbrica che sta rischiando i suoi soldi, no.
Quando si scende ai vari livelli di organizzazione della PA e della scuola, è un funzionario dello Stato a cui non è stato insegnato, la maggior parte delle volte, cosa significa organizzazione del lavoro, coinvolgimento della struttura che dirige, capacità di assunzione di responsabilità, autorevolezza anzichè autoritarismo. SOPRATTUTTO quel Dirigente scolastico o di Ente pubblico non paga di persona se la sua struttura si disgrega.
Se tu lavorassi in una scuola o in ufficio di P.A. capiresti che se siamo arrivati a queste condizioni di degrado, mio caro Vittorio, non è perchè manchi la valutazione (sono anni che nei contratti sono previsti e poi sono dati incentivi e indennità di risultato!!!), ma è COME e DA CHI vengono attribuiti.
Se siamo in questa condizione di sfiducia è per come è stata selezionata la classe dirigente di questo Paese, che giudica e premia (?).

Ed in questo contesto di "efficienza berlusconiana" quello che mi preoccupa è il consenso acritico che la parola d'ordine "Premiamo i meritevoli" comporta per molti, senza che alcuno si renda conto che il problema non è licenziare, ben venga, quella minima parte di assenteisti, ma è come ricostruire un senso di appartenenza al proprio Ente/Scuola di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

"Lavori come dico io o ti licenzio, carota o bastone, ti curvi o ti spezzo."
Cultura di destra, che non ha nulla a che fare con quanto ORA il Pd, penso, sta cercando di elaborare: formazione, partecipazione, responsabilizzazione, valutazione.

Altrimenti finirà come a Bari: i Primari ed i Baroni valuteranno MERITEVOLI i loro figli e parenti tutti.

Ogni scaraffone è bello a mamma sua!

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@ranvit: se convieni che i timori di Marcello sono "reali" (credo di dover leggere "reali" nel senso di "fondati"), suppongo che la "sinistra politica e sindacale" forse non faccia poi così male, a nutrirli...
mi domando allora cosa vorrà dire nella tua ultima frase, quel "ma" avversativo, come se il fatto che siano condivisi da quella "sinistra" ne facesse diminuire la validità... boh!

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Il ministro era Luigi Berlinguer. Suo cugino Giovanni, fratello del più noto Enrico, è deputato al Parlamento europeo di Strasburgo e non ha mai avuto incarichi di governo.

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Ma che hai, Silvia, sempre la Treccani sotto il cuscino? Mi prendi sempre in castagna &-). Luigi, vero, Luigi Berlinguer! Prima regola del giornalismo: verificare fonti e citazioni.
Ma prima o poi ti becco anch'io &-).

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Marce', la Treccani sotto il cuscino non mi serve: l'ho scritta tutta io!!!

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