Circolo Pd Barack Obama

Circolo del Partito Democratico "Barack Obama"

Paolo Borrello

Che cosa ne pensiamo del radicamento nel territorio del partito democratico?

Una delle proposte che è stata più volte avanzata per affrontare i problemi che si sono manifestati con il risultato elettorale del pd è rappresentata dalla necessità di promuovere il radicamento nel territorio del partito.
Ma questo radicamento è simile a una delle molte formule che nel corso degli anni sono state "inventate" nel dibattito interno ai ds e alla margherita, che generalmente non si sono tradotte in niente di concreto oppure è qualcosa di più?
Che cosa intendiamo noi del circolo quando utilizziamo tale proposta?
Io inizio la discussione rilevando che a mio avviso per poter "radicare" il pd nel territorio, per fare in modo cioè che il pd abbia forti relazioni con la società italiana nelle sue diverse articolazioni territoriali (questo mi sembra il significato migliore attribuibile al tanto auspicato radicamento) è soprattutto necessario che la classe dirigente a livello locale sia veramente rappresentativa delle diverse componenti sociali dei diversi territori, sia veramente composta da persone competenti e capaci. Quindi il pd non deve essere, e ciò dipende soprattutto dalla sua classe dirigente a livello locale, solo un grande comitato elettorale che si attiva solamente, o quasi, al momento delle elezioni ma sia un partito in grado di analizzare le diverse realtà territoriali e formulare le proposte più opportune. Il che vuol dire anche che non bisogna delegare solo agli amministratori locali, laddove il pd è al governo, o ai gruppi consiliari, laddove non è al governo, la formulazione e l'attuazione di progetti tendenti ad affrontare i problemi più importanti. Non si tratta di ritornare al vecchio pci, quando i segretari non tanto delle sezioni ma degli organi dirigenti di livello superiore condizionavano fortemente l'azione degli amministratori o dei gruppi consiliari, ma di attribuire di nuovo un'importanza non secondaria agli organi di partito, soprattutto a livello locale.
Di nuovo cosa ne pensate?

Tags: pd, radicamento, territorio

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Risposte a questa discussione

Giacomo, secondo me il punto è che per essere buoni politici di sinistra o di centro sinistra bisogna fare una fatica doppia, rispetto a quelli di destra. Essere di sinistra o di centrosinistra è fatica, è lavoro quotidiano, è sforzo di aggiornamento continuo, è confronto costante con sé stessi e con la propria coscienza, oltre che con gli altri, è creatività ed innovazione. Ed è anche tentazione di essere o di andare a destra, ogni tanto, e fare i conti anche con questa tentazione e con questo impulso. Sentirla su di sé per comprenderla negli altri.
Un politico di destra, ferma restando onestà, serietà e lealtà che dovrebbero esserci da entrambe le parti, può anche fare a meno di alcune di queste cose. Ma se a farne a meno è uno di sinistra, allora è vero che si vince "solo se c'è Prodi" o solo se l'altro si logora, inevitabilmente. L'alternativa ad un modo di fare politica centrato sul raccogliere le istanze istintuali, diventa così stanca alternanza. Quella che porta i cittadini ad allontanarsi dalla politica perchè, al di là dei fumi ideologici, le persone percepiscono perfettamente che, sotto il vestito, c'è niente. E allora, ripeto, così si può anche vincere. Ma è interessante? E' produttivo? E' nell'interesse del Paese? E, soprattutto, vale la pena impegnarsi perchè ciò accada?

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si concordo, ma credo ci sia anche un altro elemento, spesso scherzando dico che tra chi vota centro-destra e chi vota centro-sinistra c'è un'unica vera differenza (o convergenza a seconda dei punti di vista...):
che chi vota centro-destra critica i politici dall'altra parte, chi vota centro-sinistra critica i politici dalla propria parte :D

nel senso che nel centro-sinistra c'è molto più spirito critico e meno senso di obbedienza, almeno nell'elettorato, ma magari mi sbaglio :)

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Il radicamento sul territorio di un partito si realizza con la percezione, da parte dei cittadini, della capacità di un partito di proporre soluzioni ai vari problemi, anche i più piccoli, che affliggono una comunità.
A tal proposito diventa fondamentale il ruolo che dovranno svolgere gli organi periferici del partito (i circoli).
Questi dovranno essere organizzati in modo da poter svoglere queste quattro principali funzioni: 1) ricerca delle problematiche, 2) analisi delle stesse, 3) ricerca soluzioni , e 4) proposizione alla comunità delle soluzioni.
Per fare ciò i circoli dovranno essere organizzati come aziende, possibilmente con meno dirigenti e più "responsabili", cioè con persone che periodicamente devono rispondere con dei report del loro operato .

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Forse l'analogia tra circoli e aziende è un po'ardita, però mi piace molto l'idea che ci siano nei circoli meno dirigenti e più "responsabili".

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La gestione "manageriale" con una responsabilità diretta di soggetti determinati sarebbe da applicare alla politica in genere (il buon vecchio "chi perde va a casa" dell'ex Presidente Prodi, che ha applicato solo lui e per se stesso).
Comunque ottima idea quella di responsabilizzare i dirigenti locali, è sicuramente la cosa migliore per creare professionalità politiche serie da proporre su scala nazionale e per dare la voce dovuta alle realtà territoriali incentivando i nostri rappresentanti a raccoglierle.

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diciamo che un'azienda ha l'obiettivo di massimizzare il profitto per i suoi proprietari, un circolo non credo dovrebbe massimizzare i profitti dei suoi iscritti... in questo senso organizzarli come aziende non credo sia una buona soluzione; ma sono perfettamente d'accordo sul nodo "problemi" e se per "come aziende" Gianfranco intendi "efficienti" e con persone che rispondano dei loro errori, allora sono perfettamente d'accordo anch'io.

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Un circolo deve spingere perché sia i suoi iscritti che i suoi potenziali iscritti godano al massimo della loro attività... Praticamente devono massimizzare i profitti per tutti i cittadini :)

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bel problema ragazzi. Qualche sera fa sono andato a sentire l'analisi dei risultati elettorali. Non vi voglio propinare la sintesi della serata, tranquilli. Solo che ho visto una cosa significativa. C'era un giovane del partito che ha presentato un'analisi per circoscrizioni. La summa era: non è andata poi così male. Lì per lì ho avuto la tentazione di dire una parola, poi sono stato zitto e mi sono fatto un ragionamento così: "se ammettono il disastro, poi si devono giustificare in qualche modo". Le persone in generale non amano ammettere le sconfitte, e bisogna pure capirli. In fondo possiamo anche pensare che il partito non può auto-mandarsi a casa. E mi sono preoccupato, perchè questo comprensibile atteggiamento è l'anticamera dell'andiamoavanticosìchevaben.
Cosa centra con il problema del radicamento? C'entra,
Perchè il radicamento sul territorio secondo me non è al momento l'equivalente di quello del vecchio partito. E' molto meno, ed è gestito confidando in una continuità con la struttura del vecchio partito da persone che non hanno completamente colto la cesura totale
Perchè l'identità politica del PD è ancora ..fluida.
Perchè la gente non si è fidata alle elezioni e non si fiderà per un po' dei referenti locali.
Un esempio? Nel mio ospedale siamo in 4 (quattro, non 5-6. Proprio quattro). Non ho soluzioni da proporre, ma l'idea di aziendalizzare la struttura del PD, legando le persone a responsabilità operative e report dei risultati non mi dispiace.

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Amici miei, il post è davvero interessante...vi premetto che in linea di massima concordo con Fabio riguardo alla necessità di un partito liquido ma pesante (ovvero ridurre all'osso la politica da bottega a favore di quella che si basa sull'assunzione di responsabilità)...
quello che so per certo è quello che NON DEVE ESSERE il radicamento sul territorio:
l'identificazione del territorio come un feudo, dove il feudatario domina dall'alto i suoi possedimenti (perchè di quelli si tratta) e tratta con sufficienza i propri vassalli; in questo feudo ai vassalli non è concesso diritto di parola (figuriamoci di opposizione alle parole e opere del feudatario); la feudatario ci si approccia soltanto recando doni, soprattutto se ci aspetta da lui un minimo di considerazione (figuriamoci poi se ci si aspetta un aiuto di qualsivoglia tipo); in questo feudo, per arrivare al feudatario, si possono seguire anche vie indirette, ma per fare ciò è necessari o conquistarsi le simpatie degli amici del feuidatario con doni e concessioni; in questo feudo non sono ben visti gli stranieri, di provenienza e di pensiero, persone di per sè ostili solo per il fatto di essere altro rispetto a ciò che accade nel feudo; se uno straniero ha l'ardire di prendere iniziative solitarie a favore di questo o quel povero indigente o vessato oppure di contrastare le parole o l'opera del feudatario, viene duramente punito con sanzioni pecuniarie create ad arte per l'occasione o con altre simili vessazioni.
Questo è quello, che, purtroppo, accade ancora e ancora troppo.

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Dice giustamente Paolo che affrontare il problema del radicamento sul territorio significa definire la natura del PD. La questione del partito liquido o solido è stata spesso oggetto di caricatura, ma non è di poco conto. Poiché condivido del tutto l'analisi di Fabio non mi ripeto; ma un partito "solido", nel senso di strutturato a livelli gerarchici territoriali, è anche costruito in modo da impedire l'assunzione diretta delle responsabilità, sempre in capo ad "altri organismi".
Quello su cui vorrei insistere è che non si giustifica l'esistenza di un partito se non in relazione alle sue finalità. La finalità di un partito (messa in archivio la rivoluzione!) non può essere la sua stessa esistenza, l' autoriproduzione delle sue forme e delle sue gerarchie. Quando succede (come sta succedendo) finisce proprio come è stato detto: i rapporti nella società cambiano e il partito resta sempre uguale, per cui progressivamente i due dati si allontanano. E la colpa, in questo caso non è tanto di dirigenti incapaci (che pure ci sono), ma del fatto che li partito ha perso di vista le ragioni della sua esistenza, trovandole dentro se stesso piuttosto che nella società. A mio parere, le finalità di un partito non possono che riassumersi nel governo del territorio. Per questo non mi scandalizzo della definizione "comitato elettorale", anche se fa pensare piuttosto ad una "prestazione occasionale", ad un partito volatile. In realtà è il contrario. Un partito deve fare tutto quello che soprattutto Fabio descrive :"luoghi di elaborazione di domande di conoscenza e di informazione, se il partito diventa davvero il luogo di raccolta del bisogno/volontà di sapere delle persone, il centro dell'ascolto attivo e partecipe delle istanze della comunità". Ma perché lo dovrebbe fare, se non per elaborare e tenere costantemente aggiornato un "programma" di governo del territorio? Da questo discende che il leader a livello comunale sarà il candidato sindaco (così come giustamente Veltroni si è candidato a premier); che se perde guiderà il partito e l'opposizione in consiglio comunale, e se vince sarà poi sottoposto al giudizio degli elettori, non degli iscritti. In ogni caso preparerà la sua successione. E, soprattutto le responsabilità saranno riconoscibili; avviene oggi che, di fronte ad una Giunta che opera male, è permesso al partito che la sostiene di declinarne le responsabilità, e lasciare inossidabilmente al loro posto i suoi dirigenti. Non succederebbe se il capo del partito fosse il capo del governo.
Certo che questa ipotesi prevede un partito che oltre ad essere liquido e composto di elettori, sia davvero "a vocazione maggioritaria"; e questo pare essere già passato di moda.

Un P.S. sull'analisi della sconfitta. Io non ho certo gli strumenti per elaborarne una compiuta e credibile; credo però che ognuno di noi, riflettendo, possa portare un piccolo contributo. Ma certamente l'analisi della sconfitta non dovrebbe essere in capo a quei dirigenti che rappresentano una parte stessa (e non piccola) del problema che dovrebbero analizzare.

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Visto che è stato citato il partito liquido mi sento chiamato in causa, e ripropongo il dilemma (che per me è puramente retorico): serve un partito fatto di apparati, tessere, strutture o un partito liquido, che nasca dal basso, che sia partecipazione, condivisione, che sia del popolo o per il popolo ? Per me, ripeto la risposta è scontata. Io credo che più che radicarsi nel territorio, il problema sia di linguaggio e di pensiero, come dice qualcuno: cioè è esistita ed esiste una incapacità oserei dire riesumando un termine marxista sovrastrutturale nel comprendere la società, in particolare quanto questa sembra prendere una direzione (siamo sicuri ?) che non rientra nell ns. sovrastruttura politica, sociale, culturale. Eppure, e lo dico da non marxista, è proprio Marx ad insegnare che la compresione della società nasca dalla struttura e non il contrario. Servono risposte forti (che per me vuol dire dannatamente concrete, ed anche spregiudicate in qualche caso) ai bisogni della società. Sicurezza: perché bisogna sempre preoccuparsi di fare provvedimenti che potrebbero essere incompatibili con una data cultura di sinistra (ma ancora senso parlarne ?) e non invece della sua possibile efficacia ? Insoma prendiamo il reato di immigrazione clandestina (scusate da archeologo sento sempre il bisogno di scendere nel concreto) lo dobbiamo discutare da un punto di vista di cultura di sinistra o non sarebbe meglio discuterlo per valutarne la sua applicabilità (problema di strutture, di soldi e di mezzi). Io credo che qui stia il nocciolo della questione: perché se usiamo il primo approccio temo che la società civile, anche nelle sue componenti più illuminate, finirà col non capire su che basi noi discutiamo il problema (io non lo capieri per es) se invece spieghiamo che si può fare o meno su basi squisitamente concrete si farà certamente un discorso comprensibile ai più. La società oggi è essanzialmente una scoietà che pone problemi ed anche sfide da risolvere ? Siccome ha modo di leggere ed informarsi, dai politici non vuole tanto altre analisi, ma soluzioni. E visto che siamo tutti bravi a fare analisi qui, perché dobbiamo poi rifiutare le soluzioni, che emergono dalle stesse ns. analisi, solo per una sorte di lesa maestà culturale. La sconfitta di oggi, ma anche il fallimento del passato a mio modesto parere nasce proprio qui.

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Per me il problema è anche di "linguaggio e di pensiero" ma, non vorrei essere tacciato di veterocomunismo, senza organizzazione non si va da nessuna parte.

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