Circolo Pd Barack Obama

Circolo del Partito Democratico "Barack Obama"

Paolo Borrello

Che cosa ne pensiamo del radicamento nel territorio del partito democratico?

Una delle proposte che è stata più volte avanzata per affrontare i problemi che si sono manifestati con il risultato elettorale del pd è rappresentata dalla necessità di promuovere il radicamento nel territorio del partito.
Ma questo radicamento è simile a una delle molte formule che nel corso degli anni sono state "inventate" nel dibattito interno ai ds e alla margherita, che generalmente non si sono tradotte in niente di concreto oppure è qualcosa di più?
Che cosa intendiamo noi del circolo quando utilizziamo tale proposta?
Io inizio la discussione rilevando che a mio avviso per poter "radicare" il pd nel territorio, per fare in modo cioè che il pd abbia forti relazioni con la società italiana nelle sue diverse articolazioni territoriali (questo mi sembra il significato migliore attribuibile al tanto auspicato radicamento) è soprattutto necessario che la classe dirigente a livello locale sia veramente rappresentativa delle diverse componenti sociali dei diversi territori, sia veramente composta da persone competenti e capaci. Quindi il pd non deve essere, e ciò dipende soprattutto dalla sua classe dirigente a livello locale, solo un grande comitato elettorale che si attiva solamente, o quasi, al momento delle elezioni ma sia un partito in grado di analizzare le diverse realtà territoriali e formulare le proposte più opportune. Il che vuol dire anche che non bisogna delegare solo agli amministratori locali, laddove il pd è al governo, o ai gruppi consiliari, laddove non è al governo, la formulazione e l'attuazione di progetti tendenti ad affrontare i problemi più importanti. Non si tratta di ritornare al vecchio pci, quando i segretari non tanto delle sezioni ma degli organi dirigenti di livello superiore condizionavano fortemente l'azione degli amministratori o dei gruppi consiliari, ma di attribuire di nuovo un'importanza non secondaria agli organi di partito, soprattutto a livello locale.
Di nuovo cosa ne pensate?

Tags: pd, radicamento, territorio

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Risposte a questa discussione

A me pare in effetti che "l'andata verso il territorio" (mi perdonini i meno giovani per questa vecchia espressione) sia propria una formula consolatoria. Noi siamo già sul territorio. Siamo in tutte le associazioni possibili e immaginabili. Eppure non funziona. Il circolo ARCI dietro casa mia è una realtà importante del territorio e naturalmente è gestito dalla sinistra. Ma il 70% di chi lo frequenta vota a destra.

Allora non c'è un problema di territorio. Non c'è neppure un problema di persone. C'è un problema di idee. La nostra offerta elettorale non è in sintonia con la domanda degli elettori. Non lo è indipendentemente da chi la sostenga, indipendentemente dalle persone. Alcuni (Sartori, Cacciari, il sindaco di Salerno che ci ha fatto conoscere Ranvit) ci consigliano: cambiate l'offerta, non dovete fare altro! Ci sta bene? Siamo così spregiudicati? A leggere le varie discussioni del nostro forum parrebbe di no. Anzi, spesso a prevalere è proprio una tendenza all'arroccamento culturale.

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Certo il radicamento nel territorio è anche un problema di idee. Ma è solo questo? E poi sostenere come ho sostenuto che occorre cambiare i metodi di selezione della classe dirigente del pd, nelle varie realtà territoriali è solo un problema organizzativo, un problema di persone, considerando questo evidentemente come un problema secondario? Le idee sono importanti ma se non si individuano le persone giuste per portarle avanti le idee non producono niente.

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A me questa sembra una discussione molto importante, a fronte da un lato di una diffusione di luoghi comuni entrati nel linguaggio del PD di cui non si conosce bene il significato (appunto “un partito radicato nel territorio”, “un partito che sta fra la gente”, ecc.), e dall’altro della necessità di approfondire il ruolo e il senso di un partito, cosa che è lasciata spesso in ombra.
La locuzione “partito radicato nel territorio” lascia trasparire una certa nostalgia per un partito le cui sezioni/circoli erano fisicamente presenti in modo capillare sul territorio, in tutti i quartieri, in tutte le frazioni, ecc. ed assolvevano ad un ruolo politico (la diffusione fra gli iscritti della linea e delle decisioni del partito) e relazionale, favorendo i rapporti fra gli iscritti stessi e fra questi e i cittadini che intorno alla sezione gravitavano. Spesso era presente anche un bar, a rinforzo della funzione di socializzazione, dove si parlava di politica forse anche di più che nelle riunioni ufficiali. Questa presenza aveva anche il compito di “segnare” politicamente il territorio. Nelle campagne attorno a Ravenna non è raro incontrare vecchie sezioni del PCI e del PRI spropositatamente grandi rispetto al resto degli edifici (spesso anche più della chiesa del paese), ormai trasformate in miniappartamenti, palestre o discoteche, che si fronteggiavano in cagnesco; e questa la dice lunga sulla storia politica del territorio.
Attorno a quelle sezioni le persone nascevano, intessevano relazioni, si sposavano, facevano figli, morivano: più o meno nell’arco di pochi chilometri.
Oggi sono cambiati i partiti, ma è cambiato forse più il territorio, perdendo i punti di riferimento immobili e diventando, per così dire, liquido. Noi viviamo in un posto, lavoriamo in un altro, portiamo i figli a scuola vicino al nostro posto di lavoro, intessiamo relazioni a livelli molteplici (anche nazionali e internazionali); conosciamo a malapena i vicini di casa e di solito non ne conosciamo le opinioni politiche. Noi a parole siamo favorevoli a questa mobilità quando, per esempio, lamentiamo che la società italiana sia ancora troppo bloccata, ma poi restiamo ancorati ad un'idea di partito "radicato", più adatta alla società immobile del passato che a quella che vorremmo nel futuro.
A questo cambiamento, favorito anche da mezzi di comunicazione sempre più sofisticati, si può opporre un’idea di radicamento su un territorio che non sappiamo nemmeno più quale sia? E se vogliamo un partito “fra la gente”, non dobbiamo chiederci dove sia la gente, poiché la gente è dappertutto, e non sta mai ferma un momento?
Credo allora che non si debba pensare ad un partito fisicamente installato sul territorio, con i segni tipici della sua presenza, ma ad un partito che sa governare il territorio; un partito che si dia come compito non di erigere complesse strutture dirigenti, ma un progetto politico di governo del territorio stesso, col quale parlare non agli iscritti, ma ai potenziali elettori. Del resto la discussione avviata da Alessandro Tavano subito dopo la sconfitta elettorale, sul successo della Lega, metteva bene in evidenza il successo dei bravi amministratori leghisti (comunali, provinciali, ecc.). Credo che essere radicati sul territorio significhi proprio questo, impegnarsi con un progetto di governo del territorio capace di avere (o di mantenere) la fiducia degli elettori, a tutti i livelli: comunale, provinciale, nazionale. E quindi, alla fine, arrivare ad una quasi identificazione fra partito e governo, come avviene in molti altri paesi.

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Trovo molto interessante l'idea che proponete di radicare il partito non su luoghi fisici ma su persone. Non sono un professionista della politica (e nemmeno un politico amatoriale se è per quello) ma penso che come dice Manuela bisogna spingere sugli amministratori locali che formino poi personalità di caratura nazionale (Chiamparino credo che sia l'esempio più eclatante di ottimo amministratore locale pronto a fare il salto a livello nazionale).
Insisto, non conosco le strutture in essere nel mondo politico quindi magari dico cose già presenti, però credo sia importante che ci sia un network strutturato tra gli amministratori locali, sia di maggioranza che di opposizione, sia una cosa importante da avere in modo che il partito si muova sì con una sola voce, ma che possa modularsi a seconda del territorio a cui parla. Secondo me visitare 110 province alle quali riproporre sempre lo stesso discorso non può portare un consenso pari a quello di 110 politici capaci, uno per provincia.
Magari la mia idea è un po' bislacca, ma perché non creare un sistema simile, se non identico, a quello dei MeetUp di Beppe Grillo? Gruppi online che si organizzano territorio per territorio, portando avanti un messaggio e iniziative anche a livello nazionale.

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Già, che vuol dire radicamento nel territorio?
Per l'esperienza che ne ho io (quella di un Municipio romano) il radicamento, il più delle volte, significa né più né meno che fare gli interessi di bottega di questo o di quel comitato di quartiere, di questa o di quell'altra associazione e, quando va bene, di comporre le istanze dei clientes in modo unitario. Mi auguro che non sia questo ciò che vogliamo quando parliamo di radicamento nel territorio. Perchè, oltretutto, se è vero che questo modo di fare ha garantito, nel tempo, blocchi e pacchetti più o meno inamovibili di voti - e di favori di ritorno - dall'altro ha determinato una sempre più forte esclusione di molti dalla politica, o perché nauseati o perché, più prosaicamente, non compresi nell'elenco dei clientes.
Se il radicamento nel territorio è questo, io non ne voglio nemmeno sentir parlare.
Quando parliamo di radicamento, a mio avviso, dobbiamo prima di tutto fare i conti con i bisogni e le aspirazioni delle persone; dobbiamo decidere se ascoltarle e quali bisogni ascoltare; dobbiamo essere capaci di condurre, a tutti i livelli, ciò che, in altri ambiti, viene definito come "analisi della domanda". Dobbiamo essere in grado, sul territorio, di svolgere azioni e di promuovere iniziative che stimolino, nelle persone e nei cittadini, l'attitudine a pensare, prima di dare fiato alla bocca. Se la destra risponde a determinati bisogni incontrando e dando soddisfazione alla parte istintuale delle persone, forse noi dovremmo essere capaci, al contrario, di incontrare la parte più profonda e più autentica di quegli stessi bisogni.
Per far questo, è necessario che anche le donne e gli uomini impegnati sul territorio siano capaci di letture non ideologiche ma concrete, non populiste ma complesse. E' necessario che la qualità umana, culturale e politica di chi opera nei territori sia di alto livello, che non vuol dire avere un master a Oxford, ma significa saper analizzare la realtà senza paraocchi, con curiosità autentica, intelligenza, spirito di intraprendenza, generosità, capacità di ascolto e di mediazione.
Se questo è il radicamento nel territorio, allora mi sta bene.
Altrimenti meglio sparire, dal territorio.

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Sono d'accordo, soprattutto sulla necessità che "la qualità umana, culturale e politica di chi opera nei territori sia di alto livello".
Non credi che, come ho rilevato nell'avvio della discussione, affrontare realmente il problema del radicamento nel territorio significhi anche e soprattutto verificare quale deve essere la natura del pd, se prevalentemente debba essere un più o meno grande comitato elettorale, che si attiva soprattutto, se non solamente, al momento delle elezioni, oppure un vero partito, nuovo, non "pesante" ma nemmeno "liquido"?
Questa domanda la rivolgo a tutti, soprattutto a coloro che già sono intervenuti nella discussione.

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Paolo, non so quanto l'idea del partito liquido e del partito pesante siano necessariamente in conflitto tra loro. In fondo, anche un liquido può essere ben pesante... A parte la battuta, io forse mi muoverei in due direzioni:

- rendere il partito "liquido", all'americana per intenderci, limitando notevolmente le "dirigenze" territoriali - quelle dei clientes bottegari, per intenderci - e facendo in tal senso, lentamente ma inesorabilmente, una bella decapitazione a livello nazionale di molte inutili strutture (con gran risparmio per l'amministrazione del partito stesso);
- rendere il partito "pesante" incrementando sensibilmente, invece, le "responsabilità" territoriali, la formazione, i think tank, le occasioni di comunicazione e di cultura politica (e non solo).
Alle persone non interessa più - per somma fortuna - andare a schiacciare un pisolino in sezione mentre il compagno Fidel tratteggia con piglio severo, sopracciglio inarcato, bocca a fessura e retorica da sottoscala delle Frattocchie i percome e i perché della recente sconfitta elettorale nella circoscrizione 8 di Viterbo bassa. Forse può interessare a qualche anziano nostalgico, ma un giovane qualunque, se sano di mente, preferisce di gran lunga perdere il suo tempo alla play station.
Forse, però, a tutti può interessare che fine farà l'ospedale della città, o se l'antenna dei ripetitori telefonici appena installata nel piazzale potrà essere dannosa per la salute, o se la compensazione urbanistica prevista sottrarrà verde pubblico alla cittadinanza, o se è vero che i rom sono tutti brutti, sporchi e cattivi ( i miei sono solo esempi scarsamente fantasiosi, ma ognuno può trovarne molti altri).
Se i circoli diventano luoghi di elaborazione di domande di conoscenza e di informazione, se il partito diventa davvero il luogo di raccolta del bisogno/volontà di sapere delle persone, il centro dell'ascolto attivo e partecipe delle istanze della comunità, il fulcro di quell' "analisi della domanda" di cui parlavo nel mio precedente intervento, allora si che avremo un partito veramente "pesante".
Le persone hanno bisogno di essere ascoltate, e questo il centrosinistra ha smesso di farlo da molto tempo (ma l'ha mai fatto?). Hanno anche bisogno di capire, probabilmente, che cosa c'è dietro la paura del Rom, cosa c'è dietro il timore delle nuove tecnologie, perché e in che modo cambia l'assistenza sanitaria, cosa vuol dire smaltire i rifiuti e così via. Questo un partito deve fare. Ascoltare, informare, produrre cultura e conoscenza. Qualcuno ha scritto meno dirigenti e più responsabili. Più struttura orizzontale e meno verticalismi, aggiungo io. Meno propaganda e più autenticità.

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ogni tanto mi chiedo ma sappiamo davvero perché il PD ha perso?

in questo commento a questo 3d http://pdobama.ning.com/xn/detail/2003916:Comment:29083
cercavo di mettere in fila tutte le possibili cause di sconfitta di Rutelli, più o meno credo si possano generalizzare anche alle elezioni del Parlamento.

Io non so quale di quelle cause sia quella giusta (o quelle giuste), mi sembrano tutte plausibili e forse ce n'è anche qualcuna di più, ma la domanda è: abbiamo un metodo per capire davvero perché il PD ha perso? Se non abbiamo un metodo per capire realmente perché il PD ha perso, un metodo che ci permetta di uscire dal mero "secondo me è successo perché..." non avremo neanche modo di capire se le soluzioni proposte siano davvero efficaci oppure no...

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Giacomo, non so quanti di noi, soprattutto qui nel Circolo, siano in grado di condurre un'analisi scientificamente fondata dei motivi per i quali il PD ha perso.
Non ritengo, d'altronde, che gli aderenti ad un Circolo debbano essere in grado di condurre questo tipo di analisi.
Ciò che è significativo, peraltro, è che nemmeno il partito è in grado di farla. Non mi risulta, infatti, che nelle alte sfere del loft ci siano squadre di esperti, di nessun tipo, in grado di analizzare rigorosamente e razionalmente la sconfitta. Questo, oltre ad essere molto grave, significa anche incapacità di programmare una vittoria.
Immagino che in questi giorni, nei vari circoli territoriali, si stiano tenendo assemblee su assemblee in cui i grandi soloni e i piccoli ras dei quartierini dicono la loro sulla debacle. Roba, ovviamente, da evitare come la peste. Peraltro, il circolo che insiste proprio sotto casa mia, aperto giorno e notte in periodo elettorale, ha chiuso i battenti da un bel pezzo. Il drappello di uomini canuti che lo animava - si fa per dire - sino a qualche settimana fa, deve essere tornato nei sarcofagi.
Questo è lo stato attuale del radicamento nel territorio.
Ora, con tale "radicamento", a mio parere, si poteva anche vincere. Mica due anni fa le cose stavano diversamente. Eppure si è vinto.
Il problema, secondo me, non è tanto "perchè si è perso". Il problema dovrebbe essere, a questo punto, "come vogliamo vincere". Due anni fa si è vinto sfruttando il logoramento di cinque anni di governo di centrodestra. Né più né meno. Le sezioni erano vuote allora come lo sono i circoli oggi. Tra cinque anni possiamo fare la stessa cosa. Mica è vietato. E mi pare che la strada che si sta seguendo sia quella.
A me non piace e non interessa. E non è detto che non faccia in tempo ad uscire dal PD prima ancora di esserci entrato.

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Fabio, quanto mi mancava la tua pacata logica seria e cortese. Ma dov'eri?

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Ciao Alessandro :-) ... Stavo nell'ombra; d'altronde mi sento in grado di dire una cosa intelligente - all'incirca - non più di una o due volte al mese. Se devo dire scemenze, resisto, resisto, resisto... ;-)

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hai perfettamente ragione, era proprio quello che intendevo, possibile che la dirigenza non abbia qualcuno che produca un'analisi razionale e scientifica sulle cause reali della sconfitta... ma poi esiste una metodologia in grado di produrre una tale analisi? Non sono molto ferrato in scienze sociali e politiche e non so se ci sono ancora arrivati... però bisognerebbe almeno cercare di avvicinarcisi, se no si va avanti ad opinioni...

in ogni caso hai ragione sulle sezioni/circoli, qualche giorno fa ho visto una puntata di annozero in cui andavano nelle sezioni storiche della Toscana e lì i circoli del PD erano fatti tutti di anziani, mentre quando andavano nelle sezioni della Lega o del PDL erano tutti giovani o massimo 40enni...

ora io non dico che non abbiano anche loro problemi di partecipazione, un mio conoscente che è segretario di una sezione di FI lamentava il fatto che sono sempre gli stessi quattro gatti ad andare alle riunioni... ma rimane che i loro governi si logorano dopo 5 anni, i nostri dopo 2... qualcosa vorrà pur dire...

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