Circolo Pd Barack Obama

Circolo del Partito Democratico "Barack Obama"

Paolo Borrello

Siamo favorevoli alle "correnti" nel partito democratico?

All'interno del partito democratico si è ricominciato a discutere sull'opportunità o meno delle "correnti" (faccio riferimento non alle correnti d'aria ma a altre correnti...).
In realtà le correnti o aree politico-culturali, se vogliamo utilizzare un termine più neutro, fin dai primi passi del pd sono state presenti. E fin dall'inizio si è discusso sulla loro utilità o meno. C'è stato chi ha sostenuto che potrebbero essere deleterie per il futuro del pd, chi invece le ha considerate elementi di democrazia.
Noi che cosa ne pensiamo?
Io inizio, per il momento, con un'unica considerazione: poichè le correnti esistono, è inutile nasconderselo, è meglio formalizzarle ed operare quindi alla luce del sole oppure è preferibile agire dietro le quinte, fingendo che le correnti non ci sono o che comunque non ci dovrebbero essere?

Tags: aree, correnti, pd

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Risposte a questa discussione

mi riferisco al lingotto! e cosa altro?

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Come promessomi cerco di essere pragmatico...

Se le correnti sono un modo per allargare la base del partito, ampliarne il raggio di rappresentatività di un partito, riuscire a cogliere sfumature diverse di uno stesso progetto, se sono questo che ben vengano...

Se sono il solito vecchio modo per creare equilibri instabili, scatenare gelosie e lotte intestine di potere partitico con i quali linciarsi sui giornali e mandare a farsi benedire la voce unica di partito, se sono queste, bentornata morte di ogni speranza di un futuro diverso...

Probabilmente sono un pò ambedue le cose...

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A mio avviso devono essere soprattutto la prima cosa. Che diventino anche dei gruppi di potere probabilmente è inevitabile ma occorre imporre dei vincoli affinchè non diventino solo gruppi di potere.

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Io credo che le correnti diventino quasi automaticamente cordate di potere quando nel partito funzionano le logiche di scambio, io do questo a te e tu dai questo a me; un po' come succede nei governi di coalizione che abbiamo conosciuto, dove il modo migliore per poter affermare un potere personale era creare l'ennesimo partitino.

Quando dentro al PD si affermerà una logica maggioritaria si potrà smettere di avere paura del dibattito interno, anche duro, si potranno dare garanzie alle minoranze di poter fare una battaglia culturale dentro al partito - per cercare di diventare un giorno maggioranza - e allo stesso tempo garanzie agli elettori che il partito sarà in grado di esprimere una linea chiara al momento delle elezioni. E' in questa direzione che dobbiamo spingere.

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sono assolutamente d'accordo! Ma vado oltre, penso che si debba PRETENDERE una dialettica all'interno del Pd, oggi non la vedo e vedo anche un partito inevitabilmente suonato dalla congiuntura: i sta qui a fare una lotta intestina riguardo le correnti, ma nessuno (se non Bersani timidamente) si preoccupa di rispondere a questo governo arrembante. Non ho letto una sola riga soddisfacente sulle dichiarazioni preoccupante anti rumeni e anti schengen, ne una sola parola sull'orrendo maxiprestito ad alitalia (che fallisca una volta per tutte!), ne una difesa del tesoretto ecc. Però dal tg di ieri ho appreso che Silvio e Walter si sono sentiti al telefono e che diventerà una piacevole abitudine!? non so se ridere o piangere...

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A mio avviso è ed è sempre stato inaccettabile che tale dialettica usasse i giornali per essere praticata. La dialettica è da pretendere ma è anche da pretendere che avvenga internamente al partito e che poi da essa nasca una voce il più possibile comune.

Penso che sia inevitabile che ci siano correnti, le temo anche molto, speriamo bene...

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Sì credo anche io che ci deve essere una forte dialettica interna al partito e poi le decisioni prese a maggioranza non devono essere continuamente messe in discussione. Ma non c'è niente di male se gli echi di questa forte dialettica escano anche all'esterno. Non dobbiamo mai dimenticare che il pd deve essere non solo il partito dei suoi iscritti ma anche il partito dei suoi elettori.

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Sono d'accordo; i termini del dibattito devono essere pubblici, però poi deve essere chiaro che, quando si prende una decisione democratica, fino alla "scadenza" si deve tenere fede ad essa.

Quello che spaventa gli elettori non è il dibattito in sé, è il fatto che il dibattito non finisca mai: io propongo A e tu B, si va al voto, vince B, ma io dopo dico "si ma A ha avuto il 20%, ora dobbiamo discutere B in base a questo 20%" e così via. Come dopo l'ultimo referendum sindacale, per fare un esempio...

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Mi intrometto nel dibattito, per dire che il modello della "decisione presa a maggioranza" che poi deve essere rispettata da tutti, non è altro che quello che una volta si chiamava "centralismo democratico" ed era praticato (sempre più a fatica) nel vecchio PCI; ma, per quanto ho capito, non è riconosciuto come valido né ritenuto auspicabile dall'attuale direzione del PD che invece, per definire la linea del Partito, propone e intende praticare un'altra strategia, che è quella di ricercare e perseguire una "mediazione" tra le varie componenti e le varie "anime" di cui il PD è espressione. Non mi pare che, finora, questa "operazione" abbia dato grandi frutti; ma siamo all'inizio di un processo e non credo sarebbe stato possibile ottenere molto di più. La scommessa vera consiste nel vedere se, a lungo andare, questo processo prenderà piede effettivamente e potrà essere DAVVERO trovato un terreno comune intorno al quale mettere dei paletti e dire: "chi sta al di qua di questi paletti, si riconosce nel PD e dal PD è riconosciuto; chi ne sta al di fuori, resti fuori e non rompa le scatole". Per chiarimenti su questo mio contorto intervento, chiedere ad Ivan Scalfarotto cosa si intende per "inclusione", e in che ottica ha ritenuto valido co-firmare certe dichiarazioni insieme a Bobba o Binetti...

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In gran parte sono d'accordo con te, non su un punto però: rilevare che ci deve essere un'ampia dialettica interna ma che poi devono essere prese delle decisioni (e le decisioni non possono che essere prese a maggioranza) non significa, a mio avviso, adottare il modello del "centralismo democratico" significa più semplicemente non accettare continue mediazioni. Certamente le minoranze devono essere tutelate, ad esse va garantita la possibilità di divenire maggioranza, ma non possono ostacolare continuamente le maggioranze che, volta per volta, si vengono a creare.

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C'è qualche parentela, ma con il centralismo democratico ci sono almeno due grosse differenze.

La prima è che qui il dibattito deve essere aperto e la decisione finale deve essere presa dalla base, tramite le primarie, e non nelle segrete stanze del comitato centrale.

La seconda è che, dopo che la decisione è stata presa, chi va in minoranza deve poter continuare a promuovere pubblicamente la sua linea, nella speranza che un giorno diventi maggioritaria - anche se, come eletto del PD, deve appoggiare chi ha vinto le primarie. Un sistema, mi pare, molto meno ipocrita.

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Ma il centralismo democratico, per come l'ho conosciuto io, era ESATTAMENTE quello che descrivi tu, Daniele, con la sola eccezione di un'accezione un po' più "discreta" di quel "pubblicamente" cui tu fai cenno: Amendola, Ingrao, Napolitano... a nessuno dei tre è stato mai impedito di "portare avanti il proprio discorso" all'interno del PCI... e rappresentavano, ciascuno, visioni diverse e contrapposte di quella che avrebbe dovuto essere la linea del Partito... E nelle sezioni? accadeva la stessa identica cosa: c'erano gli amendoliani, gli ingraiani, i miglioristi... ma poi, quando al Comitato Centrale, dopo un Congresso, passava una linea piuttosto che un'altra, tutti si allineavano, volenti o nolenti, ma con "disciplina di partito", a perseguire e sostenere PUBBLICAMENTE la linea ufficiale; e tutti continuavano, ALL'INTERNO del Partito (e magari anche limitando il numero delle interviste ai quotidiani nazionali e alla TV e privilegiando altri modi per far conoscere il proprio pensiero: pubblicazione di libri, saggi o articoli su riviste di settore come "critica marxista" o "la Rinascita"...) a lavorare per far diventare ufficiale, al Congresso successivo, la propria...

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